I passi beati.

Dell’avviarsi e del darsi a vedere 1

 

Dal seminario sulla dimensione performativa nelle arti e nella vita ecclesiale che si è tenuto lo scorso anno, passiamo ora a dedicare attenzione a un tratto ancora più essenziale e decisivo delle pratiche pubbliche delle forme di espressione che intendiamo approfondire nei seminari di Santa Marcellina su arti e chiesa nel contemporaneo.

Prima di ogni possibile postura ed effetto si pone infatti un passo iniziale, un entrare del corpo in scena che avvia modi di porsi e di darsi a vedere. Finalità e intenzione possono essere ben note qualora si tratti di un rito o di una pièce, ma di per sé i passi e il movimento si aprono a danza o a processione o a liturgia originariamente senza programma, e restano aperti nel loro apparire.

Ci si propone quest’anno di indagare questa condizione iniziale, per nulla scontata ma anzi decisa rispetto all’esistenza ordinaria, sia da un punto di vista storico che nell’attuale contesto ipermediatico delle arti coreutiche e delle forme di vita delle comunità: e da parte del soggetto che muove i passi e da parte di chi assiste, coinvolto o turbato. L’uno e l’altro comunque homo viator, peregrinus.

Certamente un interesse particolare sarà dedicato alla danza ma ci si soffermerà anche su diversi aspetti del nucleo problematico qui sommariamente delineato, attraverso voci e proposte di esperti.

Pensiamo di prendere spunto da una visione di parti scelte di due opere che ci sembrano a tale proposito emblematiche: Pina di Wim Wenders (2011) e Jeannette di Bruno Dumont (2017), per procedere poi attraverso opportuni approfondimenti alla conclusione del seminario con un breve atto scenico e una sintesi.

1 Il titolo nasce dalla considerazione di un etimo possibile della formula di beatitudine nella Bibbia ebraica, mentre il sottotitolo coglie il significato- base della forma verbale che rende -ancora nell’ebraico biblico- l’esito del pellegrinaggio (cfr Ex 23,17; Dt 16,16).

 

 

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